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Social e smartphone? Come la macchina, i ragazzi non possono guidarla da soli

02/03/2021

Maura Manca, psicoterapeuta e presidente Osservatorio Nazionale Adolescenza ci fa conoscere il web a 360 gradi: “TikTok e Whatsapp a 13 anni, prima è vietato”. Blackout challenge, i bambini non conoscono il senso del pericolo e del limite. Non lasciamoli soli. Ecco la guida per i genitori.

Maura Manca i ragazzi li conosce bene. Li studia da anni, li segue, li accompagna. Ne fa ricerche. La sua vita è una riflessione continua su tutte le problematiche che riguardano i bambini e i ragazzi, la famiglia e la scuola. Psicologa e psicoterapeuta dell’adolescenza, presidente dell’Osservatorio nazionale Adolescenza, è una delle più importanti esperte in Italia. Autrice tra l’altro di Leggimi nel pensiero (Mondadori), una bellissima serie questa di racconti, narrati in prima persona, ispirati alle storie vere di giovani che l’autrice ha incontrato e supportato, le abbiamo chiesto di aiutarci a capire i nostri figli, in particolare su questa dannata questione dei social network, che sono sì il loro mondo, ma per noi fonte di ansia. Ecco l’intervista/viaggio, con una serie di consigli su che cosa fare e cosa no. Un quadro, anche, dei ragazzi a un anno dalla pandemia.

 

 

 

Dottoressa, chiariamo per tutti: bambini, ragazzi e genitori. A quale età iniziare a usare i social.

È una delle domande più frequenti, alla quale non si può dare una risposta semplice come vorrebbero tanti genitori. In tanti, educatori compresi, vorrebbero sentirsi dire quel numeretto per essere tranquilli, perché lo ha detto l’esperto. Ma partiamo da un punto cruciale: sotto i 13 anni è vietato iscriversi alle piattaforme online, neanche a quelle di messaggistica istantanea, compreso WhatsApp. Autorizzarli a infrangere le regole, significa insegnargli a infrangere le regole in rete, a non rispettarle, ad aggirarle. E loro riapplicheranno il medesimo schema in tanti altri contesti online che non sono virtuali ma reali, semplicemente mediati dai mezzi tecnologici.

Ok, ma è uso comune ormai distrarre i più piccoli con video su Youtube.

Più sono piccoli, meno devono usare la tecnologia. Mai da soli, sempre con la presenza vigile di un genitore che ha studiato le modalità di utilizzo di quella piattaforma e che è in grado di insegnargli come usarlo in maniera consapevole e idonea per la sua età. Un genitore ha il dovere (ripeto, dovere) di instradarlo alla tecnologia. È come con la patente di guida, prima che un ragazzo acquisisca le competenze, deve guidare con un adulto al suo fianco che gli insegni come fare. Pensate sempre che lo smartphone sia una macchina che non possono guidare da soli. Man mano che diventano adolescenti e che dimostrano di usare i social con il cervello, potete sganciarli da voi e farli andare per la loro strada. I social non devono essere mai usati dai bambini, non devono avere il loro account privato e possono fare delle attività nella piattaforma con l’account del genitore e con lui che monitora attivamente ciò che fanno.

Che cosa vuol dire usarli prima, a 8-9-10 anni? Quali i più grandi pericoli?

Accedere in autonomia alle piattaforme online in un’età in cui lo sviluppo emotivo e cognitivo non li rende ancora in grado di comprendere la portata e le conseguenze delle proprie azioni e non si è in grado di discernere, può essere molto pericoloso. I bambini vengono lasciati camminare in mezzo a milioni di adulti che possono potenzialmente interagire con loro. Non sono in grado di decifrare le azioni degli altri, molti di loro credono ancora nelle favole e non possono pensare quanto schifo ci sia in questo mondo.

Nella vita reale li proteggiamo e in quella online no: un paradosso.

E già. Si pensa che le conseguenze di ciò che accade online non siano altrettanto gravi e dannose di quelle offline, ma non è così. Possono essere adescati, usare la rete in maniera distorta, che apprendere in maniera sbagliata, entrare in contatto con contenuti che non dovrebbero ancora conoscere e che non sono in grado di valutare.

Antonella, 10 anni, è stata vittima (presumibilmente) di una blackout challenge su Tik Tok. Che idea si è fatta di questa storia?

L’errore di fondo è accusare TikTok. Se non capiamo il funzionamento di queste challenge non potremmo mai tutelare i bambini e gli adolescenti. La blackout challenge è presente in rete, che io ricordi, dal 2012. Queste sfide vengono diffuse attraverso tutti i canali social, comprese le piattaforme video e chat di messaggistica istantanea, anzi, soprattutto nelle chat private. Ogni piattaforma oggi è collegata all’altra. Posso pubblicare lo stesso video in contemporanea su più piattaforme. TikTok è semplicemente la più utilizzata in questo momento dai più piccoli, che (ripeto) non dovrebbero avere un profilo social. Molti contenuti passano attraverso TikTok che non è la causa, ma il mezzo. Tanti bambini hanno più profili e guardano video di ogni tipo e genere non solo su ogni piattaforma. È questo l’errore.

Ci parli di questa challenge pericolose.

Sono vere e proprie sfide fatte da altri ragazzi, che sembra si divertano mentre le fanno, ridono, si caricano di adrenalina. Chi guarda spesso non ne percepisce la reale pericolosità, perché ne osserva gli effetti. I bambini piccoli imitano, cercano popolarità, non sono pienamente coscienti di quello che fanno, non hanno ancora sviluppato quel senso del pericolo e del limite, per cui “mettersi uno stop” è più difficile. Dico ai genitori: controllate tutte le loro attività, compresa la cronologia, mettere i blocchi necessari a ciò che proprio non possono vedere.

Quali altri pericoli ci sfuggono dei social?

Ne parlo molto nel mio libro, attraverso storie vere. Cyberbullismo, hate speech (commenti carichi di odio indirizzati verso altre persone), sexting (scambio di contenuti pornografici, intimi e privati) e revenge porn (vendetta attraverso la diffusione di immagini intime e private, adescamento online a sfondo sessuale o a scopo di truffa e rifugi virtuali) sono alcuni dei pericoli a cui possono andare incontro i bambini e gli adolescenti. L’adescamento online (grooming) è, ad esempio, un fenomeno molto più diffuso di quanto si possa pensare soprattutto tra i bambini e può avvenire secondo diversi canali: social, chat, gruppi privati, blog, videogiochi. Gli adescatori fanno leva sulle vulnerabilità dei più piccoli, li studiano e conquistano la loro fiducia attraverso un lavoro di manipolazione lento e accurato, con l’intento di un contatto di natura sessuale oppure con lo scopo di truffarli. Spesso inconsapevoli delle conseguenze delle proprie azioni, inoltre, i ragazzi violano la loro privacy, pubblicando o condividendo foto e video intimi (sexting), con il rischio di cadere vittime di Revenge Porn, ossia il vendicarsi per essere stati lasciati o traditi attraverso la pubblicazione su social o chat di materiale intimo e privato. Infine, capita di frequente che i giovani si nascondano nei rifugi virtuali online. Si tratta di gruppi chiusi di ogni tipo e genere, tra cui quelli legati per esempio all’autolesionismo e alla ricerca della magrezza estrema, spesso rinforzando comportamenti nocivi per la salute.

Che cosa non abbiamo proprio capito?

Che preadolescenti e adolescenti sono immersi nella tecnologia smart. Tutto è iperconnesso e interconnesso. Con il televisore possono guardare i video in rete; possono interagire con il mondo con qualsiasi strumento connesso alla rete. Lo smartphone è lo strumento più rappresentativo e quasi tutto è veicolato da questo oggetto. La condivisione è diventata una modalità prevalente con la quale, soprattutto i più piccoli, si relazionano. Questo è uno degli aspetti più preoccupanti, molti bambini stanno sviluppando un’identità condivisa, tutto è mediato e lo smartphone è diventato una protesi dell’identità. Altro errore: continuiamo a chiamare virtuale ciò che è la loro realtà. Abbiamo una percezione di pericolosità più bassa rispetto al mondo reale nel quale ci sono ancora troppo più limiti rispetto alla rete. Perché a casa devono rientrare entro una certa ora e in rete possono navigare, e quindi stare “fuori” dalla propria stanza, anche durante la notte? Perché non vogliamo vedere che è il loro mondo e che dobbiamo insegnargli le regole e a vivere anche all’interno di una comunità online? La tecnologia non nasce come nemico e come tutte le cose può essere usata anche male. Non è una guerra, è un giocare la stessa partita dalla stessa parte del campo. È un obbligo, oggi, capire che se vogliamo aiutare davvero, dobbiamo farci aiutare da loro e reintrodurre la parola INSIEME .

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha detto che “non abbiamo più la capacità di vietare”. È d’accordo?

È uno degli ingredienti che non dovrebbe mai mancare nell’impasto della vita. I divieti servono a mettere confini e limiti, servono a comprendere, rendere consapevoli e quindi a crescere. Dunque dire “no”, serve eccome. Invece, è più frequente la tendenza dei genitori a voler essere amici dei propri figli, con il rischio di perdere l’importanza e l’efficacia del ruolo educativo. Molti cercano di mantenere una relazione basata sul porsi allo stesso livello, evitando qualsiasi tipo di frustrazione e magari anticipando anche le loro mosse.

Che fare, allora?

Il problema è che si pensa alle regole come a un qualcosa di rigido, di impositivo, che va a limitare bambini e ragazzi. E invece le regole devono essere considerate come un aspetto che restituisce valore ai figli e permette loro di avere una guida entro la quale sentirsi al sicuro e crescere meglio. Certamente hanno bisogno di genitori accoglienti e affettuosi, ma allo stesso tempo anche di adulti consistenti, che trasmettano valore e fiducia, che diano un contenitore, uno spazio chiaro e definito nel quale muoversi in sicurezza. Educare un figlio al riconoscimento dei limiti è fondamentale per un sano sviluppo psichico. Servono punti di riferimento, serve che i genitori sappiano dire di sì e di no, che sappiano ascoltare e osservare per intervenire in maniera efficace in base alle situazioni.

La verità è che spesso acconsentiamo perché conosciamo il web e i social meno di loro: come educarli allora a un uso corretto?

Partendo da un presupposto: bambini e ragazzi conoscono e utilizzano quotidianamente social e app, ma non significa che siano in grado di usarli correttamente e che siano consapevoli dei pericoli che possono incontrare online. Per questo gli adulti hanno l’obbligo di informarsi, conoscere e fornire gli strumenti necessari per navigare in rete, parlando con loro e facendo da filtro ai contenuti che potrebbero essere fuorvianti e a volte perfino dannosi. Per tutelare efficacemente un minore in rete c’è bisogno di conoscenza e presenza, serve studiare. La comunicazione fra genitori e figli e la condivisione delle esperienze vissute in Internet giocano un ruolo fondamentale nell’educazione digitale, permettendo loro di conoscere le potenzialità senza sottovalutare i rischi. Uno dei compiti più importanti, e al tempo stesso difficili, è quello di insegnare ai figli, sin da bambini, a pensare con la propria testa, a ragionare e analizzare in modo critico ciò che li circonda. In particolare, bisogna spiegare loro che i contenuti pubblicati vengono registrati e archiviati e non basta cancellarli per eliminarli dalla rete; metterli in guardia dai pericoli dell’anonimato e dei falsi profili, che spesso si possono incontrare su social e varie app di messaggistica, e far comprendere che è importante non fornire mai dati personali che possono renderli facilmente individuabili e raggiungibili

Quali i segnali evidenti di un abuso dei social. A che cosa fare attenzione e come proteggerli.

L’uso quotidiano e comune che facciamo tutti dello smartphone e dei social network rende spesso difficile tracciare un confine tra “comportamento normale” e “comportamento patologico”. Il problema non è legato unicamente al numero di ore trascorse in rete, considerando che quasi ogni attività è ormai mediata da vari dispositivi tecnologici in grado di fare tutto, dal ricordarci ogni appuntamento al contenere i nostri stati emotivi. Si inizia a parlare di abuso e dipendenza dai social network quando il tempo dedicato a queste attività si intensifica, quando il tutto diventa meno controllabile e inizia a essere eccessivo e condizionante. Dunque, fate attenzione quando il controllo dello smartphone diventa continuativo, quando avviene in automatico, quando si sente il bisogno di utilizzarlo, quando si percepiscono sensazioni sgradevoli nel momento in cui non si può avere accesso alle varie funzioni e si prova sollievo quando si riesce a fare il check delle notifiche. Non si resiste all’impulso di dover controllare, anche quando si percepisce di averlo fatto poco prima o non c’è una reale motivazione: è una spinta interna che deve essere assecondata. Inoltre, c’è dipendenza quando c’è un’interferenza nelle attività quotidiane, come il lavoro, lo studio, le uscite con gli amici o lo sport, e quando si arriva a danneggiare persino la qualità del sonno. È fondamentale, allora, che i genitori conoscano la vita social dei propri figli, siano sempre presenti e monitorino le attività mettendo delle regole e dei paletti, così da “raddrizzare” la rotta fino a quando non svilupperanno pienamente la capacità di autoregolazione e tutte le competenze per navigare in sicurezza da soli.

I social e il web in questo anno di pandemia, per i ragazzi (senza incontri e socialità e scuola) sono stati un salvavita?

Sicuramente la tecnologia ha rappresentato, in questo anno di restrizioni e perdita delle proprie abitudini e di tutti gli spazi di socialità, anche un risorsa importante, che ha permesso a bambini e ragazzi, ma anche alle famiglie e agli adulti in generale, di accorciare le distanze fisiche, restando in contatto con amici e familiari, coltivando le proprie passioni e mantenendo una finestra aperta sul mondo. C’è stata una forte spinta a ricercare spazi alternativi in rete, anche spazi di ascolto, riconoscimento, contatto e amicizia, con il rischio però di abituarsi gradualmente ad interagire con gli altri attraverso il digitale, cambiando il modo di vivere le relazioni e gli affetti. È ovvio che il digitale non può sostituire il contatto fisico ma ha rappresentato un mezzo di connessione e condivisione importantissimo.

Un quadro di preadolescenti e adolescenti a un anno dal covid.

In questi mesi hanno dovuto affrontare una continuità digitale, senza aver avuto il tempo di metabolizzare il cambiamento forzato e senza poter recuperare pienamente uno spazio di dimensione fisica e relazionale diretta. Si sono visti catapultare attività e relazioni dentro uno smartphone o un tablet. Il web è spesso diventato l’unica finestra per vedere e interagire con il mondo esterno. “Il Covid mi sta portando via la mia adolescenza” è una sensazione che accomuna tantissimi ragazzi, che vivono perennemente nell’incertezza, si sentono ormai stanchi, privati dei contatti e del loro mondo. Gli avevamo detto che tutto sarebbe passato presto e, invece, la pandemia è ancora un tempo indefinito di rinunce e restrizioni.

Come stanno?

Hanno dovuto rinunciare a esperienze fondamentali per la crescita, li ho visti e sentirsi apatici e demotivati, fanno fatica a recuperare e adottare una nuova normalità. Nei primi mesi hanno reagito bene, riscoprendo spazi all’interno di casa, investendo tempo e energia in nuovi interessi e passioni. Ma oggi no, la stanchezza e il senso di isolamento hanno preso il sopravvento. E anche adesso che hanno ripreso a frequentare maggiormente la scuola in presenza (pensiamo soprattutto agli studenti delle scuole superiori), prevalgono l’incertezza e l’impossibilità di fare progetti e piani concreti per il futuro. Ma sono certa che ce la faranno.

Articolo a cura di Benedetta Sangirardi – giornalista

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