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“No, è tutto mio!”. Figli egocentrici? E’ solo una fase: 6 modi per aiutarli a condividere

23/02/2022

Vi è mai capitato di essere a casa di amici, in spiaggia, al parchetto e dover intervenire perché vostro figlio o figlia prende un gioco, magari non suo, e non lo vuole più restituire o condividere? Sicuramente sì, almeno una volta. E’ un comportamento normale? Ne abbiamo parlato con una pedagogista

 

Prima o poi capita a tutte noi mamme (e papà) di ritrovarci dinanzi alla famigerata frase “No! Questo è mio!” pronunciata dai nostri figli, soprattutto durante momenti di gioco spontaneo con altri bambini, situazioni fatte di tensione e contesa di un oggetto specifico che in quel momento si colloca al centro dell’attenzione dei più piccoli.

Nessuna   paura   o   preoccupazione!   Siamo   di   fronte   alla cosiddetta fase di “egocentrismo infantile”, un momento speciale della crescita dei nostri bambini caratterizzato da un forte senso di possesso verso gli oggetti materiali con cui si stanno relazionando in quel determinato contesto, sia esso familiare che scolastico. Sebbene la parola egocentrismo richiami per noi adulti un significato profondamente negativo, il mettere se stessi al centro (da egocentrismo= Io al centro) è una caratteristica strettamente umana che pone le sue radici nella lontana infanzia di tutti noi.

Spesso infatti utilizziamo questo termine per indicare quella caratteristica di tutti coloro che risultano centrati su loro stessi, che faticano o comunque non si dimostrano in grado di comprendere l’altro in una dimensione empatica.

Tale propensione a considerare le persone egocentriche come prive di capacità di empatia non va confusa però con la fase definita appunto dell’egocentrismo infantile. A parlare di questa fase fu Piaget, psicologo e pedagogista svizzero, il quale attraverso osservazioni sistematiche operate sui bambini piccoli, si era reso conto di come questo atteggiamento seppur considerato in modo negativo, ponesse le basi per la socializzazione primaria del bambino stesso.

Nello specifico, lo studioso sottolineava come il bambino piccolo fosse propenso alla relazione con l’altro e come questa fase costituisse di fatto una fase di passaggio.

Attraverso questa fase, il bambino impara a riconoscere il proprio io sviluppandosi come individuo singolo e affermando la propria identità con i famosi “No” ed “E’ mio!”.

Attraverso la parola “mio” i piccoli combattono per guadagnarsi il loro posto nel mondo; essa è indispensabile per la crescita e la maturazione del piccolo che inizia a distinguere se stesso dalla mamma e dal papà, discostandosi dalla diade genitore-figlio. Il bambino comincia a percepirsi come soggetto pensante, dotato di corpo e mente a sé. Nello specifico, i bambini iniziano a riconoscere se stessi allo specchio, capaci di parlare, esprimere e provare emozioni e ricercare relazioni autentiche.

Questo processo è ben più complesso di quanto si possa immaginare e pone le basi appunto nella fase dell’egocentrismo infantile.

E’ proprio in quest’ottica che emergono le prime fatiche e difficoltà nel bambino che deve superare questa ego-concezione di se stesso e mettersi in relazione con gli altri, cominciando a comprendere il punto di vista altrui.

A partire dai 18 mesi di età, il bambino compie un importantissimo passo in avanti verso la maturazione delle abilità psico-cognitive e della costruzione della personalità. Il bambino impara a relazionarsi con il mondo, comincia ad esprimersi comunicando le prime parole, ma non è ancora abile nel comprendere che esiste una distinzione tra sé e gli altri. Il suo modo di scoprire il mondo è ancora fortemente personale e incentrato sull’appagamento dei propri bisogni.

Solo in seguito alla costruzione della propria identità, il bambino potrà comprendere che insieme al suo punto di vista ne co-esistono di altri ed inizia a cogliere il confine tra sé e l’altrui.

Tra un litigio e l’altro, per un giocattolo strappato dalle mani, i piccoli cominciano a sperimentare come risolvere (ed evitare) i conflitti e come gestire il senso di frustrazione. Questi comportamenti sono spesso fonti di liti tra fratelli e sorelle per la contesa degli spazi, dei giochi, ma anche degli adulti. Si scopre che giocare insieme è possibile ed è molto più divertente, anche a patto di dover rinunciare a qualcosa o di cedere un gioco.

 

Cosa possiamo fare allora noi genitori per aiutare i nostri bambini ad affrontare questa importante fase? Ecco qualche semplice suggerimento !

 

 

 

 6 METODI CONSIGLIATI DALLA PEDAGOGISTA

 

1 -Date regole chiare e precise

Piuttosto che fare paternali incomprensibili sull’egoismo, è importante aiutare i propri figli a distinguere cosa appartiene a chi – indicandogli chiaramente cosa è suo, cosa di papà, di tutti i bimbi dell’asilo, della maestra eccetera – e le regole di utilizzo.

 

2 – Proponete attività di responsabilità e condivisione

Proponete semplici attività da svolgere in famiglia per esempio far partecipare i bambini attivamente alle faccende domestiche, dando loro dei semplici compiti in casa da portare a termine, nell’ottica di una cooperazione tra i singoli membri della famiglia. Il rinforzo, insieme all’esempio, sono la chiave per superare al meglio la fase dell’egocentrismo. Esempi concreti possono essere la sistemazione dei giochi dopo l’utilizzo, apparecchiare o sparecchiare la tavola, riordinare gli oggetti, aiutarsi nella preparazione di sé insieme agli altri membri della famiglia.

In questo modo il bambino potrà sentirsi utile aiutando l’altro e contemporaneamente iniziando a divenire consapevole dell’importanza della collaborazione e il punto di vista altrui.

 

3 – Non intervenite

L’errore più grande che si possa fare come genitore in questa fase di incontro-scontro con l’altro è quello di intervenire. In linea generale in queste situazioni è opportuno non intervenire attivamente; è molto più utile invece lasciare che il bambino sperimenti da solo, aiutandolo a comprendere i limiti di ciò che è realmente suo e di ciò che non lo è.

A volte la tendenza dei genitori è quella di intervenire come una sorta di giudice per “risolvere” il litigio: in realtà queste situazioni non richiedono l’intervento diretto dell’adulto, a meno che non vi sia un rischio di tensione eccessiva; esistono altre azioni educative a più ampio respiro che si possono progettare per favorire nei bambini l’apprendimento di capacità empatiche, fare esperienza di comunione e comunità, vivere e dare un significato al tempo dell’attesa e della pazienza.

 

4 – Organizzate momenti di gioco con altri bambini

Organizzare incontri di gioco con altri bambini può essere utile per sviluppare collaborazione soprattutto nel caso dei figli unici che spesso sono abituati a credere che tutto quello che li circonda appartenga loro.

All’inizio gli scontri e i pianti potrebbero essere frequenti, ma con pazienza e costanza da parte dei genitori, supporto ed empatia, il bambino capirà cosa significa condividere. Un trucchetto potrebbe essere quello di mettere da parte i giochi a cui è più affezionato, scegliendoli insieme. Occorrerà rassicurarlo sul fatto che nessuno potrà rovinarli, ma che tutti gli altri giochi possono essere utilizzati da tutti.

 

5- Non sgridateli

Condividere non deve mai essere un atto forzato, ma un’azione spontanea. Non rimproverate, non obbligate a condividere, ma incoraggiate i vostri figli a seguire il comportamento giusto. Sarebbe opportuno non fare le classiche ramanzine incentrate sul concetto di egoismo che non farebbero altro che alimentare il senso di frustrazione che sta vivendo in quel momento il bambino.

La condivisione non andrebbe mai obbligata o ottenuta con rimproveri. Il bambino può essere incoraggiato a condividere con l’esempio che proviene dalle figure di riferimento adulte.

 

6- Date il buon esempio

Dare un esempio concreto è senza dubbio importante nel gestire la fase egocentrica dei vostri figli. Risulta fondamentale dare esempi di aiuto reciproco, empatia e cooperazione in modo da far comprendere che esiste un altro diverso da sé con il quale potersi relazionare. In poche parole, comportamenti positivi da parte dei genitori verranno facilmente imitati dai bambini che apprendono più velocemente attraverso esempi concreti piuttosto che con interminabili spiegazioni verbali.

CONCLUSIONI

Concludendo, la fase possessiva nel bambino può durare diversi anni, ma non deve mettere in difficoltà mamme e papà. Il ruolo genitoriale deve essere volto ad educare gradualmente il bambino a gestire meglio le proprie emozioni e i propri bisogni. Per cui, se il vostro bambino sta vivendo questa fase, non preoccupatevi …

sappiate che il suo egocentrismo lo guiderà positivamente verso la scoperta di se stesso.

 

CONSIGLI DI LETTURA

É mio! E’ tutto mio! di Alice Le Henand eThierry Bedouet – La margherita Edizioni

Condividere non è facile, che si tratti di un giocattolo, di un biscotto o… della mamma! Eppure, in questo libro, i bambini impareranno che condividere è divertente! Un delizioso libretto per imparare a condividere per vivere bene con gli altri. Età di lettura: da 2 anni.

 

 

Lupetto non vuole condividere di Orianne Lallemand e Eleanore Thuillier – Amico Lupo. Gribaudo edizioni.

Le storie tenere e birichine di Lupetto. Oggi Lupetto ha invitato la cuginetta Luna a giocare a casa sua. Ma quando si tratta di prestarle i suoi giochi, Lupetto non è d’accordo… Età di lettura: da 3 anni.

 

 

 

 

 

Maruska D’Agostino

pedagogista // 328.7947850 // maruska.dagostino@gmail.com

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